Massimiliano Alfei
1. Questi dati esistono
Tra il giugno 2019 e l’ottobre 2024 sono stati seguiti e documentati 1.652 cani nell’ambito di un’esperienza sperimentale di gestione e monitoraggio del randagismo, ideata e coordinata in ambito professionale, e realizzata con la collaborazione operativa di volontarie e Associazioni animaliste.
Di questi, 1.572 sono stati adottati, 75 sono deceduti durante il periodo di presa in carico, 5 risultano non classificati. Ogni record include età, sesso, razza, provenienza, destinazione, tempo trascorso dalla presa in carico all’adozione ed esito finale. Questi dati non sono mai stati analizzati pubblicamente. Esistono come archivio di lavoro, costruito nel tempo senza l'obiettivo di produrre un documento. Questo articolo è il primo tentativo di leggerli in modo sistematico.
Sul randagismo italiano si discute molto e si misura poco. Le opinioni abbondano, i dati scarseggiano. Quello che segue è un contributo alla seconda categoria: nessuna tesi da dimostrare, nessun caso da costruire. Solo una descrizione di quello che i numeri mostrano quando li si guarda con attenzione.
2. Chi sono questi cani
Il primo dato che colpisce è la composizione per età. Il 57,6% dei cani nel dataset aveva meno di tre mesi al momento dell'ingresso nel sistema. Aggiungendo la fascia tra tre e sei mesi si arriva al 75,6% del totale. Tre cani su quattro erano cuccioli.
Questa proporzione non corrisponde all'immagine più comune del randagismo il cane adulto vissuto per strada, catturato dai servizi comunali, che aspetta in un box l'arrivo di qualcuno disposto ad adottarlo. Quella figura esiste, ma è minoritaria. Il flusso reale è dominato da cucciolate intere: animali nati in situazioni non controllate, intercettati nelle prime settimane di vita, immessi nel circuito dell'adozione prima ancora di aver sviluppato una storia propria. Chi si immagina il canile come un luogo pieno di cani adulti con un passato difficile sta descrivendo una realtà parziale. La parte più grande del flusso è fatta di cuccioli.
Sul piano della razza, il 95% dei soggetti è meticcio. Il restante 5% è composto prevalentemente da Pastori Maremmani Abruzzesi, razza da lavoro storicamente presente in quest'area con presenze sporadiche di segugi, setter e razze da compagnia. Non è il profilo del randagismo urbano che si vede nelle città: è il profilo di un territorio specifico, con una storia zootecnica legata alla pastorizia e alla guardia, in cui la gestione del cane come animale da lavoro convive ancora con le nuove sensibilità sul benessere animale.
Sul sesso: il dataset conta 905 femmine (54,8%) e 736 maschi (44,6%). Una distribuzione sostanzialmente paritaria tra i cuccioli, che si modifica in modo significativo tra gli adulti con conseguenze concrete sulle probabilità di adozione, come vedremo nella sezione successiva.
3. La soglia che cambia tutto
Il dato più significativo dell'intera analisi riguarda la relazione tra età e velocità di adozione. Esiste una soglia precisa, intorno ai sei mesi di età, oltre la quale il destino di un cane cambia in modo netto e sostanzialmente irreversibile. Non è una progressione graduale non è che a sette mesi le probabilità calano un po' e a un anno calano ancora di più. È un gradino vero e proprio: da una parte c'è quasi la certezza di trovare famiglia rapidamente, dall'altra una probabilità significativamente più bassa che non migliora più, indipendentemente dall'età effettiva.
I cuccioli sotto i tre mesi vengono adottati entro un mese nel 95% dei casi. La mediana del tempo dalla presa in carico all'adozione è zero: la metà di loro non trascorre nemmeno trenta giorni. Praticamente tutti trovano famiglia entro tre mesi sul campione analizzato la percentuale è il 100%.
Oltre il sesto mese la situazione è diversa. I cani tra i sette e i dodici mesi vengono adottati entro un mese nel 56% dei casi quasi quaranta punti percentuali in meno rispetto ai cuccioli più piccoli. Quello che sorprende e che ha implicazioni pratiche rilevanti è che questo dato non migliora ulteriormente al crescere dell'età. I cani tra uno e due anni, e quelli oltre i due anni, mostrano percentuali sostanzialmente identiche. Un cane di sette mesi e uno di sette anni hanno, statisticamente, le stesse probabilità di adozione. La variabile che conta non è l'età anagrafica: è se il cane ha superato quella soglia oppure no.
Per chi lavora nel settore questo si traduce in una osservazione operativa precisa: i cani che non riescono ad essere adottati entro i sei mesi di età entrano in una categoria diversa agli occhi delle famiglie adottive, e nessuna azione successiva comunicazione, promozione, visibilità sembra in grado di recuperare pienamente quel gap. Non perché quei cani abbiano qualcosa che non va, ma perché il mercato adottivo ha una preferenza strutturale per il cucciolo giovane che nessuna campagna di sensibilizzazione ha finora modificato in modo sostanziale.
La preferenza per il sesso emerge con chiarezza tra gli adulti. Tra i cuccioli la distribuzione è paritaria. Tra gli adulti sopra i diciotto mesi le femmine rappresentano il 67% delle adozioni, i maschi il 33%. In termini pratici: un maschio adulto ha una probabilità di adozione entro tre mesi inferiore di diciassette punti percentuali rispetto a una femmina della stessa età. Questa preferenza non cambia a seconda della regione di destinazione è presente al Nord come al Centro come al Sud il che indica un orientamento culturale diffuso e stabile, non un'abitudine locale.
4. La rotta
L'83,6% delle adozioni ha come destinazione una regione diversa da quella di origine. Il territorio produce i cani; altre aree del paese li assorbono. Detto così sembra ovvio, ma le proporzioni sono più marcate di quanto ci si aspetti.
Le prime cinque regioni per numero di adozioni ricevute sono Lombardia (17,8%), Emilia-Romagna (11,9%), Toscana (10%), Lazio (8,9%) e Piemonte (7,7%). In totale il flusso ha raggiunto diciassette regioni italiane. Solo il 16,4% delle adozioni è rimasto nella regione di origine.
Questa distribuzione ha una logica precisa. Le grandi aree urbane del centro nord hanno una domanda di adozione sostenuta famiglie sensibili al tema, cultura del rifugio diffusa, disponibilità economica ma una offerta locale limitata: la sterilizzazione è più praticata, il randagismo è meno presente, i canili hanno pochi cuccioli. Le aree interne del centro-sud hanno la situazione opposta: alta presenza di cani non sterilizzati, sovrapproduzione di randagi, scarsa capacità di assorbimento locale. Il volontariato è il canale che connette i due estremi, muovendo cuccioli dal centro sud verso le città del Nord come se seguisse una rotta commerciale il che, in certi casi, non è poi così lontano dalla realtà.
Il risultato è che un progetto nato per gestire il randagismo di un territorio specifico è diventato, nei fatti, un corridoio di redistribuzione nazionale. Non per una scelta progettuale esplicita, ma per la logica intrinseca della domanda e dell'offerta. Questa dinamica non è necessariamente un problema in sé può essere una risorsa, se governata con trasparenza. Diventa un problema quando si organizza nell'ombra, senza tracciabilità, senza rendicontazione, senza che nessuno sappia esattamente cosa si muove, da dove, e perché.
5. Chi non ce la fa
Su 75 decessi registrati nel periodo, 55 su 59 con età nota erano cuccioli sotto i tre mesi. Nessun decesso è stato registrato nella fascia tra i quattro e i dodici mesi. Quattro decessi riguardano soggetti adulti.
Prima di leggere questo dato come un problema, vale la pena contestualizzarlo. Chiunque abbia esperienza diretta nella gestione di cucciolate neonati in canile sa cosa succede quando una malattia infettiva entra in una struttura collettiva: la concentrazione virale, lo stress ambientale e la promiscuità forzata possono decimare un'intera cucciolata in pochi giorni, con tassi di mortalità che raggiungono facilmente il 50-80% dei soggetti. In quel contesto, una mortalità del 4,5% su un flusso dominato da cuccioli neonati molti dei quali arrivano già in condizioni precarie non è un numero alto. È un numero straordinariamente basso.
Questo dato è una dimostrazione indiretta dell'efficacia della gestione domiciliare rispetto al canile per i cuccioli nelle prime settimane di vita. I cuccioli seguiti da volontari e famiglie affidatarie in ambiente domestico hanno probabilità di sopravvivenza significativamente più alte rispetto a quelli gestiti in struttura collettiva. Non perché il personale dei canili sia meno competente, ma perché l'ambiente domestico elimina i principali fattori di rischio: la concentrazione virale, lo stress da promiscuità, la difficoltà di monitoraggio individuale continuo.
L'implicazione operativa è diretta: per i cuccioli neonati e nelle prime settimane di vita, la presa in carico domiciliare non è un'alternativa di secondo livello al canile è la scelta che produce i risultati migliori in termini di sopravvivenza. I 75 decessi su 1.652 animali seguiti lo dimostrano per contrasto con quello che la letteratura e l'esperienza di settore documentano nei contesti di gestione collettiva.
6. Cosa ci dicono questi numeri
Letti insieme, i dati descrivono un sistema che funziona in modo molto efficiente per una categoria specifica di animali il cucciolo giovane, tendenzialmente femmina, in buona salute e che offre probabilità significativamente più basse a tutti gli altri. Non è un giudizio: è una descrizione meccanica di come funziona il mercato adottivo, con i suoi orientamenti, le sue preferenze, i suoi limiti strutturali.
Per chi progetta politiche sul randagismo, questa meccanica ha tre implicazioni operative che i dati rendono difficile ignorare.
Prima: intervenire sull'età è più efficace che intervenire sul numero. Un sistema che vuole ridurre la presenza cronica di cani nelle strutture non può limitarsi a ottimizzare il flusso dei cuccioli deve costruire percorsi specifici per i soggetti adulti, che le dinamiche spontanee del mercato adottivo tendono a escludere sistematicamente. Senza un intervento deliberato su quella fascia, i cani adulti si accumulano nelle strutture anche quando il sistema funziona bene sotto tutti gli altri profili.
Seconda: la rotta geografica Nord-Sud non è un problema da eliminare, è una realtà da governare. Ignorarla significa lasciare che si organizzi da sola, con tutti i rischi di opacità che questo comporta. Riconoscerla come componente strutturale del sistema consente di regolamentarla, tracciarla e renderla verificabile trasformando una dinamica informale in uno strumento di politica territoriale.
Terza: la mortalità concentrata nei primi tre mesi segnala che il problema sta prima ancora che il cane entri nel sistema. Quasi tutte queste cucciolate non nascono per strada: nascono in casa, in cortile, da cani che hanno un proprietario. La soluzione non è migliorare la fase di accoglienza, è impedire che quelle nascite avvengano. Questo significa una cosa sola: sterilizzazione capillare dei cani di proprietà, accompagnata da una vigilanza territoriale che oggi in larga parte non esiste. Finché un proprietario può far riprodurre il proprio cane senza conseguenze, e scaricare il problema sul volontariato o sul sistema pubblico, il flusso di cuccioli in eccesso non si riduce. Le strutture di accoglienza, per quanto efficienti, gestiscono le conseguenze di una scelta che avviene altrove e che nessuno ha ancora trovato il modo di disincentivare davvero.
Questi dati coprono quattro anni e un territorio specifico. Non sono rappresentativi dell'intero paese, e non pretendono di esserlo. Sono però sufficientemente ampi e dettagliati da suggerire che le dinamiche descritte non siano una particolarità locale: siano, invece, la versione misurabile di un fenomeno che chiunque lavori seriamente in questo settore riconosce. Il valore di misurarle non sta nella novità delle conclusioni. Sta nella possibilità di smettere di parlare di randagismo per intuizioni e cominciare a parlarne per evidenze.
Nota
I dati analizzati in questo articolo sono stati raccolti dall'autore nel corso della propria attività professionale diretta nel settore del randagismo tra il 2019 e il 2024. I dati non sono riferibili a specifiche strutture o enti pubblici. L'analisi è elaborazione personale dell'autore.