1. Un cane chiamato Ernesto

C'è un'immagine che restituisce meglio di qualsiasi dato il senso di quello che voglio raccontare. Un cane nero, anziano, con il muso brizzolato, che viene preso in braccio da un operatore per essere caricato su un'automobile. Non riesce a salire da solo. Ha passato diciotto anni in un canile.

Si chiamava Ernesto. Nonno Ernesto, come lo avevamo ribattezzato. Quando è uscito, il mondo fuori era cambiato tre volte. Era entrato in struttura in un'altra epoca della cinofilia italiana, in un'altra epoca del paese. Era rimasto.

Non è una storia di abbandono istituzionale nel senso stretto del termine. Ernesto era vivo, alimentato, registrato. Eppure intorno a lui, in quegli stessi anni, migliaia di cani erano entrati e usciti da quel sistema con una velocità che avrebbe fatto sembrare la sua permanenza una anomalia statistica. Il punto è che non era un'anomalia. Era il prodotto prevedibile di un meccanismo che nessuno aveva progettato così, ma che così aveva finito per funzionare.

2. Come funziona il sistema

Per capire il meccanismo bisogna partire dall'architettura del sistema di gestione del randagismo in Italia. La legge 281 del 1991 assegna ai Comuni la responsabilità dei cani vaganti sul territorio e alle ASL i compiti di cattura, identificazione e custodia nei canili sanitari prima, per poi essere trasferito nella struttura con cui il comune di provenienza ha la convenzione. Il canile è una struttura finanziata con denaro pubblico: ogni cane presente ha un costo giornaliero che ricade sulla collettività.

Il volontariato entra in questo sistema come risorsa complementare. Le associazioni e i singoli volontari collaborano con le strutture pubbliche per accelerare le adozioni, gestire i cani più fragili, quelli con patologie, traumi o comportamenti che li rendono più difficili da collocare e alleggerire la pressione sui canili. In teoria è un equilibrio virtuoso: l'istituzione gestisce la fase amministrativa e sanitaria, il volontariato porta la capacità operativa e la rete di contatti per trovare famiglie adottive.

In pratica, questo equilibrio dipende interamente dalla qualità e dall'integrità delle persone che operano, soprattutto sul lato volontario. E qui comincia il problema.

3. I numeri che non tornano

Chi lavora seriamente nel settore cinofilo da anni sul campo, non dietro una scrivania ha un'esperienza diretta del randagismo che è, per definizione, limitata. In quindici anni di attività professionale ho incontrato nella mia vita privata meno di una decina di cani randagi. Non perché non esistano, ma perché il randagismo reale quello che vive per strada, che sopravvive senza un proprietario è un fenomeno diffuso ma non onnipresente nella vita quotidiana di chi non lo cerca attivamente.

Quella misura di realtà è il parametro che permette di leggere certi numeri con gli occhi giusti. Nel corso di anni di osservazione diretta in un progetto di gestione del randagismo in un'area interna dell'Italia centrale, ho potuto documentare la distribuzione del flusso di cani tra i diversi operatori volontari coinvolti. I risultati erano difficili da spiegare con la sola dedizione o la fortuna geografica: alcune figure inserivano nel sistema centinaia di animali l'anno, con una regolarità che ricordava più una filiera produttiva che un'attività di soccorso occasionale.

Non è possibile trovare centinaia di cani randagi l'anno nel raggio di pochi chilometri senza che esista a monte una fonte di produzione. Quella fonte può essere un territorio ad alta concentrazione di cani non sterilizzati, una rete di segnalazioni capillare costruita nel tempo, oppure qualcosa di più strutturato: una gestione diretta consapevole o meno di situazioni riproduttive che alimentano il flusso in ingresso.

4. La rotta: dal Sud al Nord

C'è una geografia del randagismo italiano che raramente viene descritta con precisione, ma che chiunque lavori nel settore conosce bene. Le aree interne del centro-sud, le zone rurali dell'Appennino, i territori dove la cultura della sterilizzazione è ancora fragile e la presenza di cani liberi è storicamente radicata: questi sono i luoghi dove il fenomeno si genera. Milano, Bologna, Torino, Firenze: queste sono le città dove trova sbocco.

Il Nord Italia ha domanda di adozione e scarsità di cuccioli sul territorio. Il centro-sud ha sovrapproduzione di randagi e strutture che faticano ad assorbirli localmente. Il volontariato è il canale logistico che connette i due estremi, e in questa funzione svolge spesso un ruolo genuinamente utile.

Il problema nasce quando questo canale diventa economicamente rilevante. Un cucciolo inserito in un progetto istituzionale ha un valore preciso: adottabilità garantita da una struttura pubblica, visibilità su reti nazionali, percorso sanitario certificato. Per chi ha cani da sistemare qualunque sia la loro origine è un canale molto più comodo e legittimante della cessione diretta. In alcune situazioni osservate direttamente, è lecito chiedersi se il confine tra un trasporto solidale e un commercio di cuccioli mascherato da volontariato fosse ancora visibile.

5. Chi paga il conto

La distorsione che questo meccanismo produce non è solo di tipo economico o gestionale. È una distorsione di selezione con conseguenze dirette sulla sopravvivenza di animali specifici.

Il mercato dell'adozione perché di mercato si tratta, anche quando è informale premia i cuccioli piccoli, sani, fotogenici, facili da gestire. I cani adulti, quelli con storie difficili, quelli che richiedono tempo e competenza, restano indietro. Quando la capacità di adozione disponibile quella delle famiglie disposte ad accogliere un cane da rifugio viene saturata da cani di provenienza opaca che entrano nel sistema, i cani che erano già in canile perdono il loro turno.

Ernesto ha aspettato diciotto anni. Non è stato dimenticato: era lì, visibile, registrato. Ma ogni anno che passava, centinaia di cuccioli trovavano famiglia in tutta Italia attraverso lo stesso sistema che avrebbe dovuto liberare lui. Quella non è sfortuna. È l'esito di una priorità implicita che nessuno ha mai scritto, ma che il sistema ha praticato con grande coerenza.

Il cane paga per primo. Dopo di lui paga la comunità, che finanzia strutture pubbliche che vengono usate come copertura per attività private. Paga il territorio, che non vede ridursi il problema del randagismo perché nessuno ha interesse a intervenire sulle fonti. E paga la credibilità di chi lavora seriamente nel settore, costretto a condividere lo spazio pubblico con chi trasforma la sofferenza animale in contenuto emotivo e in alcuni casi, in reddito.

6. Perché il sistema tollera

La domanda più scomoda non riguarda i volontari. Riguarda le istituzioni.

Un'istituzione che gestisce il randagismo sa o può sapere che certi numeri non tornano. Sa che alcune figure producono flussi impossibili da spiegare con il soccorso occasionale. Sa che la distinzione tra cane randagio e cane di provenienza privata inserito nel sistema è spesso una questione di dichiarazione unilaterale, difficile da verificare sul campo.

Eppure tollera. E lo fa per una ragione strutturale molto precisa: le istituzioni pubbliche non hanno le risorse per fare da sole. Il volontariato non è un'aggiunta al sistema è una componente essenziale senza la quale il sistema collassa. Selezionare i volontari, controllare i flussi, escludere chi opera in modo opaco significa rischiare di perdere una risorsa che non si sa come sostituire.

Questa dipendenza strutturale è il vero nodo del problema. Finché persiste, qualsiasi tentativo di regolamentazione sarà destinato a rimanere sulla carta. La soluzione non è eliminare il volontariato sarebbe impossibile e controproducente. È costruire i presupposti perché l'istituzione possa scegliere con chi collaborare senza essere ricattata dalla propria incapacità di fare altrimenti.

7. Quello che servirebbe

Non esiste una soluzione semplice, e chi la propone probabilmente non ha mai lavorato dentro questo sistema.

Quello che è possibile, e che in alcune esperienze concrete ha dimostrato di funzionare, è un cambio di architettura nel rapporto tra istituzioni e volontariato. Non più una delega informale basata sulla disponibilità e la buona volontà, ma un sistema di accreditamento trasparente che definisca chi può operare, con quali criteri, con quale rendicontazione. I flussi in ingresso devono essere documentati con la stessa precisione di quelli in uscita: da dove viene il cane è un'informazione pubblica tanto quanto dove è andato.

Serve anche un cambio culturale nel modo in cui il settore misura il successo. Il numero di adozioni non è un indicatore di efficacia se non è accompagnato dal dato su quanti cani erano già presenti nelle strutture pubbliche e da quanto tempo. Un progetto che porta mille adozioni di cuccioli di provenienza opaca mentre i cani adulti in canile invecchiano e muoiono non è un successo. Rischia di diventare un'operazione di marketing.

Ernesto è uscito. Altri non ce l'hanno fatta. Quelli che non ce l'hanno fatta non hanno un nome sui social, non hanno generato condivisioni, non hanno commosso nessuno. Esistono solo come righe in un registro. Questo articolo è anche per loro.

Nota

Le osservazioni contenute in questo articolo derivano da anni di attività professionale diretta nel settore del randagismo. I dati quantitativi citati sono stati elaborati dall'autore nel corso della propria esperienza e non sono riferibili a specifiche strutture o enti. I nomi degli animali menzionati sono quelli reali, resi pubblici dall'autore stesso in precedenti comunicazioni.